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| VERRÀ LA MORTE |
Verrà la morte e avrà i tuoi
occhi è una delle raccolte poetiche più originali e dalla fortuna più
particolare di tutto il Novecento letterario. Una storia che è anche un
destino. Soltanto dieci liriche in tutto -otto in italiano e due in
inglese- ritrovate in ordine all’interno di una cartellina rossa, dopo la
tragica morte del poeta, Cesare Pavese, all’indomani del suo suicidio
avvenuto il 26 agosto del 1950 in una camera al secondo piano dell’Hotel
Roma di Torino.
Un destino evidenziato dal tenore, dallo stile e dal contenuto di queste dieci liriche, la prima delle quali, contiene già al quinto verso il riferimento a quel vizio assurdo, che ha dominato come un demone in agguato, la vita di Cesare Pavese, anche dopo la sua morte. Il vizio assurdo è infatti il titolo della biografia di Pavese scritta qualche anno più tardi dall’amico scrittore Davide Lajolo, portata al grande successo di pubblico negli anni ’70, grazie alla interpretazione magistrale, a teatro e poi in televisione, di Luigi Vannucchi, l’attore nisseno che, al termine di un percorso di totale identificazione con lo scrittore, finì per seguirne tragicamente il destino, suicidandosi anch’egli nel 1978, dopo aver completato la registrazione televisivo del dramma di Lajolo. Il vizio assurdo, cioè il suicidio, l’ombra minacciosa della morte, che perseguitò in vita sotto forma di depressione Pavese, ritorna con un tono lirico essenziale, assoluto, nella raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, dieci disperate liriche dedicate all’ultimo amore per l’attrice americana Costance Dowling. Si erano conosciuti verso le fine del ’49, si erano amati per tutta la primavera seguente, poi la storia era finita. La fine di questo amore è il preludio (la causa ? l’occasione?) per il gesto definitivo da tanto tempo immaginato vagheggiato. Verrà la morte rappresenta con esattezza spoglia la concezione di Pavese della vita, come avventura senza speranza. Quell’ultimo verso -«Scenderemo nel gorgo muti»- sembra non lasciare illusioni. Eppure nella raccolta si accendono echi di speranza, luci che sembrano aprire spiragli sulla concezione dell’esistenza da parte di Pavese: quasi non sembrano liriche scritte da un imminente suicida. «Ci saranno altri giorni, / altre voci e risvegli, / Soffriremo nell’alba, / viso di primavera»; così si conclude, ad esempio, The cats will know. Le dieci liriche furono scritte da Pavese (probabilmente tutte a Torino) nell’arco di un mese, tra l’11 marzo e l’11 aprile del 1950. Portavano titoli e date di scritte di suo pugno e furono pubblicate per la prima volta dall’editore Einaudi l’anno seguente, insieme alle nove poesie della raccolta La terra e la morte, del 1947. Ad esse si riferisce il poeta nelle ultime lettere a Constance Dowling: «Carissima, non sono più in animo di scrivere poesie. Le poesie sono venute a te e se ne vanno con te. Questa l’ho scritta qualche pomeriggio fa, durante le lunghe ore all’Hotel in cui aspettavo, esitando, di chiamarti. Perdonane la tristezza, ma ero anche triste. Vedi, ho cominciato con una poesia in inglese e finisco con un'altra. C’è in esse tutta l’ampiezza di quel che ho sperimentato in questo mese: l’orrore e la meraviglia». Nessuna sintesi renderebbe in modo migliore il contenuto di queste ultime poesie di Pavese. E Italo Calvino così provò, efficacemente, a tradurre gli ultimi quattro versi della raccolta, nella poesia Last blues, to be read some day: Some one has died
Una quartina che sembra quasi
l’epitaffio scritto da sé di uno dei più grandi scrittori italiani del
Novecento.
A cura della
Redazione Virtuale de «La Libreria di Dora»
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