
| LE OPERE |
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In questa sezione trovi un commento - riassunto delle opere pavesiane.
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LAVORARE STANCA
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IL DIAVOLO SULLE COLLINE
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Il romanzo che segue cronologicamente I dialoghi con Leucò è La casa in collina, che però abbiamo già incontrato per ragioni di confronto col romanzo che, insieme ad esso, compone il libro Prima che il gallo canti. E' Il diavolo sulle colline il romanzo che segue e viene inserito nel libro La bella estate. Narra di tre giovani studenti torinesi: Oreste, Pieretto e il narratore, che passano il loro tempo, soprattutto quello notturno, a vagare per la città sulla collina - ancora tema evidente il motivo della collina, che per Pavese è un modo di vivere. Questi giovani conversano molto, parlano di temi comuni ai giovani e che fanno parte della loro vita. Una sera incontrano sulla collina una macchina, con un uomo all'interno che sembra svenuto o addirittura morto. Quest'uomo, Poli - che diventerà il vero protagonista del racconto - è in preda ad una crisi provocata da un eccesso di sostanze stupefacenti. Poli diventerà molto importante in quanto farà sorgere ai giovani, con la sua vita, il dubbio che possa esistere una vita diversa da quella che essi conducono. Con l'arrivo dell'estate i tre giovani vanno in casa di Oreste nelle Langhe. Accanto alla casa di Oreste c'è quella di Poli e, inevitabilmente, finiscono col ritrovarsi. A Torino i ragazzi incontrarono l'amante di Poli, che poi si uccise, mentre qui incontrano la moglie. Le giornate passate in compagnia di Poli sono giornate in cui le conversazioni toccano i temi scottanti della vita e della morte, ma soprattutto è il problema della droga il problema chiave. Poli lascia capire come grazie alla droga l'uomo possa acquistare una lucidità ed una capacità di giudizio che altrimenti non avrebbe. Oreste, che si era innamorato della moglie di Poli, Gabriella, deve lasciarla perché, nonostante tutto, ella è ancora innamorata del marito. Poli, in seguito, avrà una crisi ancora più acuta e il romanzo si chiuderà col ritorno dei tre ragazzi a Torino. Qui la narrazione è tutta impostata sulla conversazione e sul dialogo, lasciando poche concessioni alle descrizioni. Il paesaggio, però, non è estraneo al corso della narrazione perché si fonde col gioco dei personaggi, diventando esso stesso un protagonista ed un elemento essenziale della vicenda. Abbiamo notato come Pavese sia passato da uno stile di narrazione-monologo, caratterizzata in Paesi tuoi e, in parte, anche ne Il compagno, al dialogo di questi ultimi libri; passaggio che cominciava a profilarsi ne La spiaggia e che arriva alla maturazione attraverso i racconti, proprio con Il diavolo sulle colline.
LA LUNA E I FALÒ
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In La luna e i falò, opera conclusiva dell'attività di Pavese, troviamo raccolti i temi che abbiamo trovato, passo passo, in tutta l'opera pavesiana; abbiamo il tema del ritorno: il protagonista ritorna a S.Stefano Belbo, da dove era partito ancora ragazzo per recarsi in America, dove si è arricchito e ora può permettersi una vita agiata. Non è più il ragazzino che veniva mandato a lavorare nei campi, ma è qualcuno oggi che potrebbe essere a sua volta padrone. Altro tema tipico pavesiano è il ritornare con la mente a quella che è stata la vita da ragazzo, però vista alla luce dei nuovi tempi e si tramuta in una ricerca dell'identità del protagonista con il mondo che, oggi, davanti a se, vede ovviamente cambiato. Tutto è cambiato sotto il profilo storico: c'è stata la guerra, la Resistenza, ma è cambiato soprattutto perché è cambiato lui. In La luna e i falò, Pavese è riuscito a sintetizzare tutti gli schemi che aveva in precedenza sperimentato. È riuscito a racchiudere anche i suoi miti: il mito della città e della campagna, della fuga e del ritorno e anche, chiaramente, il mito dell'America, ormai tipico dei libri di Pavese, in quanto resta solo un sogno, perché in America non c'è mai andato e non ci andrà mai. Poi ci sono tutti i suoi odii, i suoi interessi, la sua curiosità di conoscere e di capire la vita contadina. Abbiamo insomma il raggiungimento di una perfezione di stile, perché la sintesi di cui sopra non si attua solo nei contenuti, ma soprattutto nello stile. E questo, Pavese lo sapeva? Ne era cosciente o è un fatto casuale? Difficile dirlo, ma a mio parere sembra abbastanza chiaro che Pavese avesse in mente, a questo punto, un disegno ben articolato del suo operato, in modo da poter raggiungere quella perfezione stilistica, che per anni era andato cercando. Ad esempio, il dialetto. Il dialetto in La luna e i falò, si fonde così bene con la lingua in modo da non trovare alcun distacco. Questo era stato uno degli esperimenti di Pavese e ora, alla conclusione del suo operato, è giunto a quel perfetto impasto tanto cercato. Il dialogo non è così ben evidenziato come abbiamo visto in Tra donne sole, comunque i dialoghi tra Nuto, l'amico d'infanzia del narratore ed il narratore stesso, sono però molto significativi, per come riescono a tornare con la mente al passato con un dialogo attivato al presente, ad esempio come il ragazzino Cinto, nel quale il protagonista vede se stesso in tenera età. Infine il tempo, che sappiamo per l'opera pavesiana aver molta importanza. Qui il tempo non è solo il ricordo del protagonista, ma fa da contrasto alle vicende narrate e si fonde con il paesaggio. Tempo che ha un suo ritmo ben preciso, ma che diventa frenetico col precipitare degli eventi, i tragici avvenimenti della guerra, della Resistenza, di alcuni di questi personaggi che, con la morte, determinano il decadere, non solo dell'uomo, ma dell'intera società. La morte, elemento anch'esso tipico dei romanzi di Pavese, esplode, qui, nelle pagine finali de La luna e i falò con la stessa violenza con cui esplode nella parte finale di Paesi tuoi. Qui vi è una scena drammatica, come nel caso di Gisella di Paesi tuoi,in cui un personaggio, Valino, compie l'eccidio della propria famiglia e dà fuoco alla casa. Accanto a questo c'è la morte di Irene e Santina, due delle ragazze che il protagonista aveva conosciuto da bambino ed è questo il trascorrere del tempo. Il trascorrere della vita, che viene annientato dal ritmo inarrestabile della realtà che brucia ogni cosa che trova sul proprio cammino. A mio parere, questo è il libro più bello di Pavese, sia per la riuscita compattezza delle varie situazioni, per il suo risultare scorrevole, sia perché studiando tutto l'operato di Pavese ci si sente sollevati vedendo come un uomo sia riuscito a dire tutto quello che aveva da dire, non dicendolo e basta, ma facendo notare come sia difficile comunicare, soprattutto con sè stessi, tanto che sono stati necessari anni di sperimentazione, sia di stile del comunicare, sia di contenuti, che hanno reso Pavese cosciente di sè stesso e del suo modo di vivere. In questo libro, Pavese è riuscito a trasformare ogni cosa, ogni evento, ogni personaggio in mito e in simbolo, che era poi l'obiettivo a cui egli tendeva. A questo punto Pavese, dopo essere riuscito ad avere veramente uno stile, dopo averli consumati tutti adoperandoli, forse, ha chiuso anche la sua capacità d'inventare ancora uno stile. Arrivato alla perfezione con La luna e i falò, l'esperienza si è chiusa. Chissà, forse non sarebbe più stato in grado di mettere a punto nuovi stili. In questo senso La luna e i falò, a mio parere, è l'opera conclusiva; non per il fatto che non abbia più scritto perché è morto, ma proprio perché non aveva più niente da inventare. Se non fosse morto, sarebbe rimasto un Pavese che sarebbe riuscito solo a concepire nuove edizioni di La luna e i falò. In pratica, se non si fosse suicidato l'uomo Pavese, si sarebbe suicidato lo scrittore Pavese, in quanto avrebbe avuto coscienza di essere al limite estremo, di aver detto cioè, tutto quello che aveva da dire.
Il 27 agosto 1950, in una camera d'albergo a Torino, Cesare Pavese si tolse la vita. Lasciò scritto a penna sulla prima pagina de I dialoghi con Leucò:
"Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.".1
Con ciò egli ci lascia a questa vita che, a mio parere, va vissuta per quanto ridicola e senza senso possa sembrare, ma lasciandoci rimanda a noi ciò che a lui era stato mandato da anni d'esperienza: il riuscire a comunicare con gli altri. C'è da ricordare, inoltre, che Pavese, con le sue opere e le sue pene è forse riuscito a farci comprendere come nel mondo, così visse la solitudine.
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Note al testo:
1 OGGI, Trent'anni della nostra vita, Milano 1977, ed. Rizzoli, pag. 22

PAESI TUOI
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Il periodo storico è molto importante, siamo alle soglie della seconda guerra mondiale. Paesi tuoi è importante a sua volta, in quanto rompe con la cultura dell'epoca in cui la retorica fascista primeggiava. Insomma, è come una provocazione, perché sconvolge tutti gli schemi e tutte le idee che allora si facevano della letteratura. La trama è molto dura e violenta. Si riscontra un'altra volta l'impronta di Ciau Masino, in quanto il personaggio- narratore della vicenda, Berto, è un meccanico finito in prigione per aver investito ed ucciso - come era successo a Masin - un ciclista. Ancora si ritrova il mito: in questo racconto la trebbiatura ha un suo significato mitico, anche perché non a caso, poco prima del rito della trebbiatura, muore, o meglio viene uccisa, Gisella, sorella di Talino, dallo stesso fratello. Questo rappresenta il classico atto sacrificale che viene consumato prima del rito religioso. Il paesaggio non viene descritto come in precedenza, ma con una serie di metafore. Ad esempio, le famose colline langhigiane, che ritroviamo in quasi tutti i racconti di Pavese, vengono soprannominate mammelle ed acquistano un significato simbolico dal punto di vista sessuale. Un altro esempio: la terra viene associata alla figura del corpo femminile per sottolineare ancora di più il simbolo della fertilità naturale ed umana. In pratica, il paesaggio in Paesi tuoi non ha il comune ruolo di sfondo e di arricchimento della vicenda; il paesaggio è - il paesaggio che Pavese inventa - un paesaggio funzionale; quasi un personaggio che ha un suo peso nell'ambito della vicenda. Talino, che è il secondo personaggio - Berto è il primo, in quanto narratore, ma ha la stessa importanza di Talino - era in carcere perché aveva bruciato una piccola cascina nelle Langhe. Qui sta la base della violenza presente nel racconto; è da essa che si scatenerà una serie di rancori e desideri di vendetta. Ma non è che l'inizio delle tematiche violente del racconto. Berto viene invitato da Talino al suo paese e, dopo vari rifiuti, accetta. Al paese viene a conoscenza del fatto che Talino aveva sedotto la sorella Gisella, che verrà poi uccisa dal fratello stesso a causa di un banale litigio. Incesto, vendetta, morte: ecco la base del racconto. Ci troviamo comunque ancora di fronte ad un ambito dialettale, perché Berto, che è un cittadino, si trova a contatto col parlato contadino pesantemente dialettale; si trova a dover parlare due lingue. Berto, personaggio che fa da tramite fra i due mondi, non è altro che la proiezione di Pavese scrittore che imprime la vicenda di carattere simbolico che lo fa emergere dall'uso metaforico del linguaggio. Ovvero, anche il linguaggio di Paesi tuoi è a due piani e riproduce questa duplice vicenda: quella della famiglia di Talino e quella del simbolo. L'importanza di Paesi tuoi, dunque, va vista non tanto per quelle caratteristiche, pur importanti, che la critica vi ha trovato al suo apparire, ma per questa vena simbolica che, attraverso una dichiarata violenza, non fa altro che riproporre la violenza della storia dell'uomo, il fato, il destino a cui nessuno può sottrarsi. In sostanza, Paesi tuoi, è la proiezione della dimensione tragica della vita.