| LA STORIA DELLA PARROCCHIALE |

L'antica parrocchiale dei Santi Giacomo e Cristoforo a Santo Stefano Belbo: ipotesi sulle sue fasi architettoniche attraverso la documentazione archivistica.
Ricerche d'archivio a cura di Massimo Bartoletti.
La ricostruzione delle vicende edilizie della antica parrocchiale di Santo Stefano Belbo non può essere se non un mero tentativo, attuato sulla base di informazioni storiche lacunose. Ne' l'archivio comunale, ne' l'archivio parrocchiale ci sono pervenuti, il secondo addirittura è stato travolto dalla piena del Belbo l'autunno dello scorso 1994. Perciò si è potuto attingere, in prima istanza, ai fondi documentari della Curia Vescovile di Alba, rivelatisi utili soprattutto per far luce sulle vicende dell'edificio nell'età moderna, sia pure purtroppo in modo non dei tutto esaustivo; per quanto riguarda poi le fasi precedenti siamo pressoché sprovvisti di appigli cronologici. La stessa costruzione, cosi come ci appare oggi, non fornisce chiarimenti in proposito, perché non serba in vista tracce murarie anteriori; la sua veste architettonica attuale è frutto i radicali rimaneggiamenti effettuati nel XVIII e XIX secolo che hanno cancellato o per lo meno celato le vestigia più antiche. Insomma, se non è possibile proporre una ipotesi ricostruttiva attendibile del primitivo impianto della vecchia parrocchiale di Santo Stefano Belbo e della configurazione dei singoli elementi strutturali, ci sembrano comunque possibili al momento almeno alcune riflessioni di carattere generale.
Nel curare nel 1988 l'edizione degli statuti trecenteschi del Comune di Santo Stefano, Anna Maria Nada Patrone metteva debitamente in risalto i dati contenuti nella fonte scritta relativi alla topografia e alla toponomastica della località, utili alla formulazione di ipotesi sullo sviluppo dell'abitato nei secoli del Medioevo . II primo nucleo fortificato difeso dal "castrum", sulla collina di Santa Libera, sorto sulla direttrice viaria che da Asti, lungo la Vai Belbo, raggiungeva l'arteria di transito commerciale proveniente da Alba diretta verso i centri portuali della Liguria di Ponente, si espandeva dal fossato del Castello sino al Rio Acquafredda, dando luogo a una realtà abitativa, definita dagli statuti "Villa", il cui sviluppo si sarebbe verificato , in via del tutto deduttiva,a partire dall'XI secolo1 . Nella "Villa" si insediò il Podestà, l'autorità giudíziaria di Santo Stefano; qui, ai piedi della collina di Santa Libera, ebbe sede anche la chiesa parrocchiale di San Giacomo. II ruolo preminente di chiesa maggiore della località, a pari merito con San Gaudenzio, sede abbaziale, viene attestato proprio dagli Statuti: il 29 settembre 1336 il consiglio generale della comunità di Santo Stefano vi si radunò per ratificare i capitoli aggiunti alle norme vigenti; il 3 novembre 1369 vi furono lette e approvate nuove rubriche alla presenza del Podestà Corrado, di Giacomo e di Tommaso da Santo Stefano2 . La funzione della "Villa" quale sede dell'amministrazione comunale e residenza dei notabili permane in Età Moderna inoltrata: nel 1728 Mons. Vasco, vescovo di Alba ricordava il sopralluogo del suo predecessore Mons. Rotari durante il quale aveva proibito nel 1698 alla famiglia Muschietti l'apertura di porte e finestre nella parete della propria casa prospiciente la chiesa parrocchiale3.
Prima dei 1319 (data della prima stesura degli Statuti), va collocata la nascita del Burgus, settore abitativo provvisto di case e piazza porticate in funzione delle attìvità commerciali. Lo sviluppo del manufatto urbano in un periodo compreso grosso modo tra XI e XIV secolo presuppone perciò l'esistenza di un edificio ecclesiastico di dimensioni adeguate a un congruo numero di residenti, ospitati prevalentemente nei nuclei della Villa e del Borgo. La vicinanza della chiesa alla via Ville o via Communis, arteria dal fondo stradale ben lastricato che convogliava il traffico verso Canelii, fa apparire non casuale la sua stessa dedicazione a San Giacomo il maggiore, l'apostolo le cui reliquie erano custodite in Spagna, a Compostella in Galízia, dove il suo sepolcro era meta di pellegrinaggi da tutta Europa a partire dal XII secolo. E questa strada, migliorata ai tempi di Ottone del Carretto, era naturalmente via di pellegrinaggi oltre che di commerci: così come vi transitò Eudes Rigaud, arcivescovo di Rouen, reduce da Roma nel 1254 e vi saranno transitati verosimilmente anche i pellegrini diretti o provenienti sia da Roma sia da Compostella4 . Non è improbabile che almeno l'assetto planimetrico dell'edificio attuale, dalla struttura a tre navate, rispecchi una situazìone almeno tre‑quattrocentesca,sebbene, come si è già detto in precedenza, manchi il riscontro di tracce murarie chepossano avallare questa ipotesi. Le testimonianze archivistiche relative a una chiesaad aula tripartita sono già tarde e risalgono al 1592, quando il vescovo di Alba, Mons.Alberto Cipríano, esortò la Comunità a coprire con tegole il tetto della navata destra5. E'tuttavia probabile, lo ripetiamo, che un edffício con un impianto strutturate di questo tipo dovesse preesistere al XVI secolo: fa visita di Mons. Vincenzo Marino del 1576,contemplando la distruzione di cinque altari, due dei quali addossati alla controfacciata,sembra attestare uno spazio che non era predisposto a ospitare un numero così cospicuo di altari, addossatisi alle pareti dell'edificio nel corso del tempo, tanto è vero che li conteneva a stento; ciò che testimonia in modo indiretto come la chiesa ad aula tripartita di San Giacomo avesse già alcuni secoli di vita6.
La visita pastorale di Mons. Marino non entra nel merito dell'assetto architettonico della parrocchiale, limitandosi a decretare l'abolizione di altari, uno dei quali giuspatronato della Confraria dello Spirito Santo, l'altro, di cui non viene riferita la titolazione, alloggiato a sinistra dell'ingresso, dove avrebbe dovuto trovare posto il nuovo fonte battesimale. Le osservazioni di carattere strutturale riguardano il pavimento, che doveva essere provvisto, e il restauro della volta ("truinam") del coro, di cui ignoriamo la forma originaria, poiché questo ambiente appare rimaneggiato in periodo più tardo e si configura come un ambiente a doppia campata rettangolare con coro, a profilo semicircolare all'interno e poligonale dal di fuori; a meno che le volte a crociera ricoperte dalla decorazione ottocentesca non riprendano uno schema corrispondente all’ originario7 . Mons. Marino ordinò, nel corso della stessa visita, che la sacrestia venisse costruita in luogo idoneo: Mons. Cipriano nel 1592 constatava che questa era stata costruita da poco ( nel contempo ingiungerà alla Comunità di erigere la canonica entro un anno) e registra un maggior ordine nella disposizione degli altari lungo le pareti longitudinali e nei vani alla testata delle navatelle8. Queste ospitavano l'altare di Santo Stefano, di patronato della Comunità, alla sinistra dell'abside maggiore, e l'altare di San Giovanni, di patronato di Antonio Genta, dalla parte opposta . Nella navatella destra si trovano gli altari di Sant'Antonio, proprietà di Pietro Francesco De Rossi, e del Rosario9R Non molti anni dopo il 1592 data una considerevole aggiunta all'organismo ecclesiale, la cappella di Sant'Anna, o della Natività della Vergine, costruita dai conti Incisa, signori di Santo Stefano. Già nel 1603 il conte Giovanni Battista, col proprio testamento, devolveva lasciti per messe alla cappella che perciò era già stata edificata; anzi, nel 1644 Mons. Brizio decretava il risarcimento dell'intonaco alla pareti del sacello nei punti in cui si erano verificate cadute, ciò che testimonia in modo indiretto l'esistenza del sacello da vari decenni10 . La sua struttura consta di un vano quadrangolare, sul quale imposta un tiburio ottagonale, ed è raccordata alla navatella sinistra da un arcone a pieno centro.
Confrontando i verbali delle visite pastorali anteriori e successive a quella dei 1592, sembra di dover dedurre lo spostamento dell'altare di Sant'Antonio abate nella navata destra, dove è attestato da monsignor Della Chiesa nel 1668 e nel 167311 . In tale occasione l'altare risulta giuspatronato della famiglia Muschietti, perché, evidentemente, l'autorità vescovile aveva posto in atto quanto decretato da Mons. Brizio nel 1644 e nel 1648: il vescovo aveva prospettato alla famiglia Rosso l'esautorazione dai diritti di proprietà se questo non fosse stato munito degli arredi prescritti12.
Nella navata destra si concentra dunque il maggior numero di altari: oltre a quello di San Giovanni Battista, documentato nel 1592 e dal 1644 passato dai Genta agliIsaschi13 , a quelli della Concezione, di patronato della Comunità14 , e di Sant'Antonío abate, dei Muschietti, con paia d'altare dipinta attestata nel 166815 , vi si trovava anche l'altare del Suffragio, eretto nel lasso di tempo compreso tra le visite del 1648 e del 1668, e che nel 1692 era dedicato anche a Sant'Antonio da Padova16.
Nella navata opposta, tra la porta della chiesa e la cappella di Sant'Anna, era localizzato l'altare dei Rosario, officiato dalla Compagnia omonima. Piuttosto sorprendentemente, a giudicare dal referto delle Visite pastorali, questo sodalizio si afferma nell'ambito della comunità parrocchiale di Santo Stefano piuttosto tardi: non è infatti citato dai verbali tardo‑cínquecenteschi, bensi solo dalla visita di Mons. Brizio nel 164417 . In quella occasione la Compagnia risulta annessa all'altare della Concezione, ma una ventina d'anni dopo, nel 1668, può esibire al vescovo l'attestato di aggregazione all’ arciconfraternita romana del Rosario, vantare una propria cappella "optime munita e ornata" nonché una "Statua lignea B.M.V. vestita sericis indumentis" che si conservava un un ripostiglio ("loculo") vicino alla pila dell'acqua santal8 ; un inventario dei 1698 attestava, ancora, in dotazione della compagnia "un quadro in cui resta dipinto l'armata navate", forse un dipinto allusivo alla battaglia di Lepanto, la cui raffigurazione non è raro reperire nel basso Piemonte presso gli altari dedicati alla Madonna del Rosario19.
Mons Provana, in visita pastorale a Santo Stefano Belbo nel 1692, notava lo stato di conservazione precario della volta sopra la porta di ingresso alta chiesa, e diede tempo sei mesi alla comunità per effettuare il restauro. Tra l'altro, benché ormai quasi tutti gli altari si presentassero con aspetto decoroso, il vescovo decretava l'interdetto all'officiatura di quello di San Gíovanni battista che doveva essere trasferito dalla navata destra alla navata sinistra 20 . L'intervento di restauro all'edificio venne attuato e dovette essere di un certo respiro se nel 1698 si parla della "riparatione della chiesa", dalla quale erano avanzate pietre riposte nel recinto del cimitero21 . Per l'occasione . è probabile che siano state rifatte le volte sulla prima campata della chiesa, o addirittura la semplice facciata a salienti, scandita da lesene, che chiude diagonalmente la parte anteriore, creando una vistosa disimmetria in uno spazio architettonico che simmetrico di per sè non è. Le risposte di don Giuseppe Piano, parroco di San Giacomo, contenute nel questionario compilato nel 1698 in vista della visita pastorale di Mons. Roero evidenzia uno dei principali fattori di degrado dello stabíle, le infiltrazioni di umidità che interessano soprattutto la navatella destra "contro della quale per esservi terrapieno, causa continuo humore agl'altari che in quela (sic) si ritrovano". II documento attesta, tra l'altro, la drastica cessazione dell'attività dell'oratorio delle Umiliate, ubicato di fronte alla parrocchiale, che ebbe breve vita, perché le Consorelle ancora intorno al 1673 si riunivano in preghiera nella cappella dei conti Incisa in parrocchiale; solo poco dopo officiarono un proprio edificio di culto, irrimediabilmente danneggiato prima del 1698 da una nevicata che provocò il crollo del tetto22.
Sulla scia delle opere di restauro compiute a fine Seicento si colloca il rifacimento dell'altare di Santo Stefano, di patronato della Comunità, che reca sul gradino della mensa la data 1712. Il manufatto venne realizzato in marmo bianco.
Mons. Vasco, nel 1728, non registrò innovazioni di sorta nella parrocchiale, salvo la supplementare dedicazione alla Vísitazione dell'altare di San Giovanni, sempre mantenuto dagli Isaschi, così come non ne rimarcò Mons. Enrichetto Virginio Natta nel 1753, a parte l'associazione del titolo della Madonna del Carmine all'altare del Suffragio e i diritti di proprietà su di esso da parte degli eredi di don Giuseppe Piano, già parroco deì Santi Giacomo e Cristoforo, e del barone Pia23 . Nel corso della seconda metà del secolo il degrado dell'edificio diventa evidentissimo: il parroco don Eusebio Deocetlis nel 1771 riferiva alla curia vescovile di Alba che la chiesa era "in malissimo stato, ed ordine" a causa delle infiltrazioni di umidità che sono addirittura massicce nella zona presbiteriale. II coro era poi "oscurissimo". II sacerdote auspicava perciò un ampliamento dell'edificio, se non una ricostruzione il cui onere spettava alla comunità di Santo Stefano24 . Mons. Vagnone l'anno dopo faceva eco alle considerazioni dei parroco, esortando la riparazione entro un anno dette crepe che solcavano le volte e le pareti della chiesa pena l'interdetto all'officiatura25 . E i favori vennero realizzati, come risultava dai documenti d'archivio consultati da Angelo Tarulla nel 1978 e come risulta dalla relazione di don Antonio Varino del 179226. Tarulla non si preoccupa di segnalare il riscontro dell'intervento sul manufatto, tuttavia riteniamo probabile che allora i sostegni degli archi abbiano assunto la forma parastata che presentano attualmente. Tipicamente settecentesca é infatti la soluzione delle lesene con capitello composito, pulvino e ampio abaco sporgente che raccoglie e scarica la spinta della volta nella navata centrale. L'ignoto costruttore fa a meno della trabeazione di imposta della volta quale elemento unificatore dello spazio architettonico, secondo lo schema largamente diffuso nel periodo della Controriforma anche in aree come questa, meno aperte alla cultura rinascimentale, ma imprime in questo modo un certo slancio alta struttura affidandosi alla scansione verticale delle lesene.
La relazione di don Varino attesta anche il nuovo assetto dell'altar maggiore, "di stucco marmoreggiato", la soppressione dell'altare del Suffragio, già sito nella navatetla destra in prossimità della cappella di San Giovanni battista; il titolo venne mantenuto e assegnato all'altare di Santo Stefano. Risale forse afta fase dell'intervento settecentesco il rifacimento dell'altare in stucco, ora molto lacunoso, esistente nella navatella destra, di rirnpetto alla cappella Incisa, che è probabile sia da identificare con quello dedicato a Sant'Antonio abate nel 1828, di cui era patrona, in tale anno, la famiglia 27 . La relazione del 1828 testimonia l'esistenza di tre altari per navatella: quelli dei Suffragio (cappella alla testata della navata sinistra), di Sant'Anna, nella sua cappella, e del Rosario, vicino ali'ingresso. A destra, verso la porta della chiesa, l'altare del Crocifisso, l'altare di Sant'Antonio abate e quello della Concezione, passato ai Carrara, nella cappella di testa28.
Una drastica riduzione degli altari venne forse apportata nel corso dell'Ottocento in occasione dei nuovi restauri, di cui fa cenno una lettera dei 25 settembre 1869, firmata dall'ing. Varino, che potrebbe esserne il progettista. Non siamo in grado di definire, ancora una volta, l'entità del nuovo intervento: forse i lavori consistettero allora nelle modifiche al sistema di illuminazione delle navate. Le grandi bucature semicircolari che occupano per intero le lunette della volta nella nave di mezzo, le ampie monofore a pieno centro nelle navatelle, nel coro e nelle specchiature laterali sembrano corrispondere al gusto ottocentesco. Di sicuro vennero realizzate allora le decorazioni pittoriche che ricoprono tutta l'aula.
LE NOTE
1 Gli statuti trecenteschi di Santo Stefano Belbo (a cura di A.M. Nada Patrone),Cavallermaggiore, 1992, p.XVll.
2 Gli statuti..., cit., p. 155, p. 171.
3 Archivio della Curia Vescovile di Alba ( d'ora in poi citato come ACVA), Visita pastorale di Mons. Vasco, 1728, p. 644.
4 A. Arata, De strata secunter tenenda, "AQuesana", 1(1994), pp. 4‑31.
5 ACVA, cartella 26, Liber visitationis facce per multum illustrissimum et reverendissimum dominum Albertum Ciprianum, 1590, c. 51 r.
6 ACVA, cartella 26, Visita pastorale di Mons. Vncenzo Marino, c. 134 v.
7 ACVA, cartella 26, Visita pastorale di Mons. Vincenzo Marino, c. 134 v., c‑ 135 r.
8 ACVA, cartella 26, Liber visitazionis …1590, cit., c. 51 r.
9 ACVA, cartella 26, Liber visitationis..., 1590, cit., c. 51 r., 6 gennaio 1592: l'altare di Santo Stefano risultava privo della pietra consacrata, della croce, dei candelieri e delle carteglorie; del tutto spogli degli arredi per I'officiatura si presentavano anche gli altari di Sant'Antonio, del Rosario e di San Giovanni. Naturalmente il vescovo esortava tutti i patroni a provvederne la dotazione.
10 ACVA, cartella 26, Visita pastorale di Mons. Vasco, 1728 (?), p. 640, che fa riferimento al testamento del conte Giovanni Battista Incisa rogato I'8 ottobre 1603 dal notaio Giovanni Antonio Bossolasco, dove si accennava ai lasciti per le messe netta cappella gentilizia, rinnovati da Giovanni Incisa con testamento rogato dal notaio Giacomo Filippo Lucino di Mantova il 3 ottobre 1630.
11 ACVA, cartella 30, Acta visitationis episcopi Ab Ecclesia, 1667‑1673, c. 91 v.; cartella 70, Acta visitationis episcopi Ab Ecclesia, c. 123 r.
12ACVA, cartella 27, Visita di Mons. Paolo Brizio, 1643, c. 94 v., 29 agosto 1644; 1646. Acta decreta et
ordinamenta facta per illustrissimum et Reverendissimum Dominum fratrem Paulum &itium, c. 60 r.
13 ACVA, cartella 26,Liber visitationis... , 1590, cit., c. 51 r., 6 gennaio 1592; cartella 27, Visita di Mons. Paolo Br!zio, 1643, c. 94 v., 29 agosto 1644
14 II giuspatronato della Comunità di Santo Stefano risulta da ACVA, cartella 30, Acta visitationis episcopi Ab Ecclesia, 1667‑1673, c. 91 v.; cartella 70, Acta visitationis episcopi Ab Ecclesia, c. 123 r.
15 ACVA, cartella 30, Acta visitationis episcopi Ab Ecclesia, 1667‑1673, c. 91 v.
16 ACVA, cartella 27, Visita di Mons. Paolo Brizio, 1643, c. 94 v., 29 agosto 1644, dove non c'è ancora menzione dell'altare, che figura invece in quella di Mons. Della Chiesa ( ACVA, cartella 30. Acta visitationis episcopi Ab Ecclesia, 1667‑1673, c. 91 v).
1 7 ACVA, cartella 27, Visita di Mons. Paolo Brizio, 1643, c. 94 v., 29 agosto 1644.
18 ACVA, cartella 30, Acta visitationis episcopi Ab Ecclesia, 1667‑1673, c. 91 v.
19 ACVA, cartella 73, Risposte date dai parroci al vescovo Mons. Roero in vista della visita pastorale, 1698, c. 266.
20 ACVA, cartella 29, Acta visitationis episcopi Provane, 1692, c. 199 r.
21 ACVA, cartella 73, Risposte date dai parroci , cit., 1698, c. 263 r..
22 ACVA, cartella 70, Acta visitationis episcopi Ab Ecclesia, 1667 1673, c. 127. Cartella 73, Risposte date dai parroci ..., cit., 1698, c. 261 r.
23 ACVA, Visita pastorale di Mons. Vasco, 1728, p. 639; cartella 28, visita pastorale Natta, 1753, I, c. 73 r. e 73 v.
24 ACVA, cartella 301 (Santo Stefano Belbo), fascicolo 3734 (Relazioni 1771‑1914), Stato della parrocchia del luogo di Santo Stefano Belbo sotto il titolo delli Santi Giacomo Maggiore apostoli e Cristoforo martire,1771.
25 ACVA, cartella 77, Visita pastorale di Mons. Vagnone, 1772‑1773, c. 86 r.
26 ACVA, cartella 301, cít_ Relazione dello stato della parrocchia del luogo di Santo Stefano Belbo, 1792; A. Tarulla, Chiese e cappelle di S. Stefano Belbo, Alba, 1978.
27 ACVA, cartella 301, cif., Relazione della parrocchia di S. Stefano Belbo, 1828.
28 ACVA, cartella 301, cit., Relazione della parrocchia di S. Stefano Belbo, 1828. 29 ACVA, cartella 301, cit., fascicolo 3736 (varie), lettera dell'ing. Varino del 25 settembre 1869.
