Ricostruzione del
Centro Studi "Cesare Pavese" nel complesso della chiesa
dei Santi Giacomo
e Cristoforo. 1995‑99.
Progetto:
Prof. Arch. Lorenzo Mamino con Arch. Ermanno Saracco. Strutture
vano scala: Ing. Innocente Porrone; elaborazione grafica Arch.
Peter Muller. Committente: Comune di S. Stefano Belbo.
Informazioni
La chiesa dei
Santi Giacomo e Cristoforo risale al XIV secolo ed è, storicamente, la prima
chiesa (pieve) del paese, legata al Castello, in alto, e al centro della
antica Villa. E' infatti ricordata negli Statuti di Santo Stefano come sede
di riunioni pubbliche, situata, come ancora oggi è, al fondo della antica
Via Communis. E' descritta nei verbali delle Visite Pastorali a cominciare
da quella del 1573. Sempre nelle visite è detta a tre navate.
Rimaneggiata e
impreziosita in epoca barocca con altari (fino ad un numero di 11), con
decorazioni e con ingrandimento del presbiterio e costruzione della
sagrestia. I marchesi Incisa vi hanno poi aggiunto la loro cappella di
famiglia, riccamente decorata. Una prima totale "riparazione della
chiesa" avviene alla fine del Settecento, ma è poi cento anni dopo (1869‑73)
che la chiesa subisce un pesante restauro.
Il campanile,
che poggia su base medioevale, è stato sopraelevato nell'ottocento. Il
disegno dell'attuale facciata è del 1887. Abbandonata nel 1926 al momento
della consacrazione della nuova Parrocchiale è stata da allora soggetta a
varie spoliazioni.
Il progetto, a
cura del comune di S. Stefano Belbo, sotto la guida delle tre Soprintendenze
ai Beni Culturali del Piemonte che attivamente si occupano dell'iniziativa,
si articola in tre lotti: il rifacimento delle coperture, il recupero
dell'edificio adiacente e collegato (ex‑Ricovero) per trasferirvi il Centro
Studi, la Biblioteca Civica e una Foresteria per studiosi di Pavese, da
ultimo il restauro della chiesa per utilizzarla come spazio di conferenze,
mostre, convegni.
L'intero
complesso viene dotato anche di un nuovo vano scala che serve i tre piani
dell'edificio dell'ex‑Ricovero e che si avvale di una singolare struttura
appesa, in acciaio inox, chiusa da un involucro in calcestruzzo armato,
colorato.I primi due lotti sono invece stati terminati nel corso del 2000.
Centro Studi e Biblioteca Civica sono ormai insediati. Resta il terzo lotto,
forse il più delicato, per le condizioni estremamente fatiscenti della
chiesa e qui i lavori devono iniziare d'estate.
Il progetto ha
dovuto cioè far dialogare tre organismi diversi: un edificio ottocentesco,
una chiesa con origini medioevali ma pesantemente rimaneggiata nei primi
anni del Seicento, a fine Settecento e, ancora, definitivamente, a fine
Ottocento, e poi il nuovo corpo scala che si distingue per forma, tecnologie
e materiali, tutti presi dalla contemporaneità.
Gli edifici
preesistenti sono costituiti da muri di pietre con pochi mattoni e giunti di
calce molto scadenti. Il nuovo edificio aggiunto è invece interamente di
calcestruzzo, colorato nel getto, e di acciaio inox. I vani antichi sono
stati restaurati con impiego ovunque di materiali tradizionali (voltine in
cotto, pareti con intonaco di calce, serramenti e legno, ringhiere in ferro
verniciato, pavimentazioni in pietra di Langa), il nuovo vano scala con
impiego invece di materiali nuovi: ringhiera in griglia di acciaio inox,
pedate e alzate in legno listellato incollato su fondo in lamiera piegata,
lucernari in vetro antisfondamento su profili di acciaio, portone di
ingresso in marmo venato scorrevole.
La torre riesce
così ad avere un risalto particolare e, benché di dimensioni modeste riesce
a dialogare efficacemente con l'intero complesso e a captare e orientare le
viste lungo tutto il percorso della breve Via Manzoni (già Via Maestra e già
Via Communis). La prógettazione è stata affidata ad un professore del
Politecnico validamente coadiuvato da un suo ex‑allievo residente nella
stessa via, più giovane di lui di 30 anni. Entrambi hanno lungamente
colloquiato col progettista della struttura metallica e con muratori e
fabbri. Perché la progettazione è stata per metà di tipo tradizionale (al
tavolo da disegno) e per metà con uso di programmi CAD e da qui trasferita
immediatamente in officina, sulle macchine a controllo numerico per il
taglio e la piegatura della lamiera. Anche il cantiere è stato luogo di
incontri i più strani: tre diverse imprese edili, scavi archeologici e
tasselli di scoprimento a parete, muratori di Langa e decoratori tunisini,
arrivati in Piemonte con un solo viaggio dal deserto del Sahara.
Progetto e
cantiere sono quindi simbolo dei mutamenti, delle attese e delle variegate
presenze in Langa e nelle officine e negli Studi professionali, anche
piccoli. Segno culminante di questi accostamenti spinti è stata la
costruzione della torre‑scala. Lì l'involucro è stato realizzato da un solo
carpentiere orgoglioso che lavorò all'intera doppia casseratura e al getto
del grande guscio in cemento armato da solo con un solo aiutante macedone.
Questo carpentiere si era anche costruito un simpatico modellino dell'alta
torre con assicelle di recupero ben piallate, con vetri e una croce in cima,
come fosse per fare un campanile.All'interno dell'involucro pesante, un volo
leggero di acciaio inox: una struttura in acciaio inox sospesa ad una
trave‑corona in sommità che scarica tutto il peso sul volume cavo in
calcestruzzo.
Caratteri.
Per quanto
riguarda le forme, il disegno, si è tentato di fare un edificio di Langa,
anche se non sembra a prima vista.I riferimenti ci sono tutti. Si richiama e
si riscrive anzitutto il volume à coté della Cappella degli Incisa addossata
alla vecchia chiesa nei primi anni del Seicento o, appena più lontano,
quello delle torri medioevali (volumi puri, assoluti) seminati sulle colline
di Langa con una certa noncuranza. Geometrie perentorie in mezzo a casotti,
portichetti, pergole e pali da vigna: l'assoluto e il provvisorio.
La storia della
Langa è fatta di tutto questo: dei "casòt" (depositi attrezzi in mezzo ai
filari) e dei "crotìn" (cantinette, scavate nell'argilla) ma anche di quei
perfetti prismi a base quadrata e cilindri e poi cappelle a croce greca che
sembrano piovute qui dalla Toscana di Antonio da Sangallo.
Cesare Pavese
dice: "... brutta cosa essere nelle grinfie della storia" (lettera a
Giuseppe Vaudagna, Torino, 1944). Roberto Gabetti, altro langarolo, ribatte,
quarant'anni dopo: "... per chi vuole costruire anche case, anche pezzi di
territorio, la storia è elemento costruttivo" (conferenza all'Accademia
delle Scienze, Torino 1980).
Ma, avverte
ancora Pavese, per ricreare la storia, la realtà che abbiamo sotto gli occhi
non basta il ricordo occorre "la costruzione intellettuale autonoma" (a
Fernanda.Pivano, Torino 1942). E poi, scrivendo da Santo Stefano Belbo,
"Sempre, ma più che mai questa volta, ritrovarmi davanti e in mezzo alle mie
colline mi sommuove nel profondo ... rivedere questi alberi, case, viti,
sentieri ecc., mi da un senso di straordinaria potenza fantastica, come se
mi nascesse ora, dentro 1' immagine assoluta di queste cose ..."
E, subito dopo
"Andando per la strada del salto nel vuoto, capivo che ben altre parole, ben
altri echi, ben altra fantasia sono necessari. Che insomma ci vuole un mito.
Ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e
indimenticabilmente quest'esperienza che è il mio posto nél mondo" (a
Fernanda Pivano, Torino, 1942). E, ancora, "Descrivere paesaggi è cretino...
Ho capito le Georgiche. Le quali non sono belle perché descrivono con
sentimento la vita dei campi, ma bensì perché intridono tutta la campagna in
segrete realtà mitiche, vanno al di là della parvenza ..." (a Fernanda
Pivano, Torino, 1942). Santo Stefano Belbo in tutte le lettere è nominato da
Cesare Pavese forse quattro volte. Ma in una dice "lo amo Santo Stefano
Beibo alla follia, ma perché vengo da molto lontano" (a Nicola Enrichens,
Santo Stefano Belbo, 1949".
Bisogna lasciare
a questa lontananza tutto il suo peso, pena l'inconsistenza della
traduzione. Dice Pavese che il mito deve reincarnarsi per essere nuovamente
attraente, deve assumere nuova materia. Per questo raccomandava, per la
traduzione di Omero "l'assoluta `materialità' delle descrizioni e la massima
cautela ed avarizia nell'aggettivazione" (a Mario Untersteiner, Milano,
1948).
Materialità (e
lontananza) che speriamo di aver esercitato con fredda determinazione.
Lorenzo Mamino
