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| DIALOGHI CON LEUCÒ |
| Nell’immediato dopoguerra, fra
il 1945 e il 1947, Pavese compone probabilmente l’opera più coraggiosa della
sua vita, Dialoghi con Leucò, ventisei brevi conversazioni a due, che
analizzano le eterne angosce degli uomini, affrontando temi fondamentali
come il dolore, la morte, il destino e le imperscrutabili leggi che li
governano.
Ed era un momento, quello, di dominante neorealismo, in cui la cultura letteraria del dopoguerra imponeva la trattazione pressoché esclusiva di argomenti legati al presente, al conflitto stesso o alle gravi difficoltà dell’uomo a vivere “il giorno dopo” in una terra sconvolta dall’odio. Anche Pavese è un autore neorealista, per alcuni critici il più grande, ma i Dialoghi sembrano operare uno strappo memorabile, non immediatamente compreso. Un ritorno al passato, un balzo all’indietro addirittura fino alla mitologia classica non era tollerabile, far rivivere Achille e Patroclo, Eros e Tanatos, o Calipso anziché la maga Circe, poteva far temere alle prevalenti lettere del tempo un rischioso arretramento, un inutile salto nel buio che chi era impegnato con vigore a monitorare l’oggettiva realtà non avrebbe mai messo in conto di compiere. Condannato per “disimpegno” e definitivamente emarginato dalla politica e dagli ambienti culturali, Pavese, ormai sfiduciato ed isolato anche nella vita privata, si uccide a Torino il 26 agosto 1950, in una camera d’albergo. Ma il suo riscatto era appena iniziato. E’ proprio del ’50 l’assegnazione del prestigioso Premio Strega, un riconoscimento che interviene opportunamente ad accelerare un’operazione già intrapresa, la complessiva riconsiderazione delle opere di Pavese. E i «dialoghetti» (come egli stesso li chiamava) sopra tutte le altre, ottengono finalmente la giusta lettura. Che personaggi come Issione e La Nube, Saffo e Britomarti, Ippolito-Virbio e la dea Diana risultassero impopolari alla letteratura del primo dopoguerra, così materialistica ed intrisa di realtà umana, era facilmente ipotizzabile. Qualsiasi noto scrittore del tempo avrebbe proposto in loro vece soldati o contadini dai nomi familiari, ed il successo gli avrebbe immediatamente arriso. I temi trattati nel libro si sarebbero agevolmente potuti adattare ad un linguaggio più convenzionale, maggiormente in linea con la tendenza del momento, spesso retorica. Ma il rifiuto di omologazione di Pavese supera i tempi, li trascende e li analizza seguendo un percorso audace che dal mito precristiano arriva alla valutazione lucida dei problemi contemporanei, l’ineluttabilità del destino, la necessità della morte o i dubbi sulla felicità dell’uomo, i medesimi affrontati dai personaggi mitologici citati prima. Ed il coraggio di Pavese nel comporre Dialoghi con Leucò, asserito in apertura, consiste proprio in questo, nella forza intellettuale che solo un autentico uomo di cultura possiede nello sfidare il conformismo del proprio tempo, assumendosi tutte le responsabilità delle proprie ragioni e pagandone senza esitazioni il relativo prezzo, persino il più alto. A cura della
Redazione Virtuale de «La Libreria di Dora»
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